Ragioneria dello Stato: adeguamento pensioni nel 2019
Il ritornello è lo stesso già da qualche tempo tra gli under 40, compresi i fortunati che hanno un’occupazione: «Noi non avremo mai una vera pensione».
Il tema è sempre delicato e la preoccupazione per il futuro cresce anno dopo anno.
Ieri è stato lanciato un nuovo allarme.
La Ragioneria generale dello Stato, ossia il dipartimento del ministero dell’Economia che vigila sulla tenuta dei conti pubblici, è intervenuta per evidenziare i rischi di uno stop all’adeguamento automatico dell’età di uscita alla speranza di vita, una delle misure reclamate soprattutto dai sindacati, che chiedono che non scatti l’aumento da 66 anni e 7 mesi a 67 anni previsto per il 2019. Il decreto ministeriale a questo proposito è atteso per dopo l’estate, anche se c’è un ampio fronte che si è già detto contrario, guidato dagli ex ministri del Lavoro Damiano (Pd) e Sacconi (Ap), e che vorrebbe una maggiore gradualità del percorso.
Ma secondo la Ragioneria qualsiasi intervento volto anche a limitare, differire o dilazionare gli adeguamenti «determinerebbe un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano » e causerebbe anche «un abbattimento crescente nel tempo dei tassi di sostituzione», ovvero del rapporto tra l’ultima retribuzione e l’assegno.
Nel rapporto firmato Rgs si stima che con il blocco dell’età si assisterà ad un taglio progressivo, a partire dal 2020, destinato a raggiungere «12,8 punti percentuali per un lavoratore dipendente », da oltre il 60% a meno del 50% della busta paga, «e 10 punti percentuali per un lavoratore autonomo ».
Pensioni più leggere dunque, a causa del «più basso coefficiente di trasformazione » (la quota dello stipendio tradotto in pensione, legato all’età di uscita), ma anche per «la minore anzianità contributiva ».
L’automatismo invece permetterebbe di mantenere il divario tra pensione e retribuzione ai livelli di oggi, ma ritardando progressivamente di molto l’uscita dal mondo del lavoro.
Stando alle attuali previsioni, aumenterebbe a 68 anni dal 2031 e a 70 anni dal 2057.
La Ragioneria ha comunque fatto presente che anche in caso di uno stop nel 2019, il requisito di vecchiaia «verrebbe comunque adeguato a 67 anni nel 2021, in applicazione della specifica clausola di salvaguardia introdotta su specifica richiesta della Commissione e della Bce, e successivamente mantenuto costante a tale livello», sottolineando poi che «la presenza di tali automatismi costituisce uno dei fondamentali parametri di valutazione dei sistemi pensionistici specie per i paesi con alto debito pubblico come l’Italia».
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