Istat, la scomparsa della classe operaia
Potrebbe sembrare l’elenco dell’ovvio. Un paese più vecchio, ma con 7 giovani con meno di 35 anni su 10 ancora a casa con i genitori e senza più classi sociali: un unico, enorme, informe calderone di insoddisfazioni e speranze tradite.
Eppure, leggere l’annuale rapporto Istat presentato ieri fa il suo effetto.
L’Italia schiacciata da dinamiche socioeconomiche globali non riesce a risolvere i suoi problemi pur conoscendoli benissimo.
La classe operaia e il ceto medio «sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese» ma «oggi la prima ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale» si legge.
Istat, ci sono solo i ricchi e i poveri
L’Istat giunge alle sue conclusioni dopo aver diviso il paese in nove gruppi in base a reddito, titolo di studio, cittadinanza.
Il risultato è la perdita dell’identità di classe, la scomparsa di quella operaia, l’assottigliamento del ceto mediobasso, l’emergere di famiglie dove il reddito principale è quello di un pensionato. Interi segmenti di popolazione «non rientrano più nelle classiche partizioni»: si pensi ai giovani con alto titolo di studio ma precarizzati o agli immigrati cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito.
Istat, sono 3,6 milioni le famiglie senza reddito da lavoro
Alcuni dati fanno paura: 3,6 milioni famiglie vivono senza un reddito da lavoro; 6,4 milioni di persone carcano lavoro inutilmente, mentre i benestanti (dirigenti e famiglie di impiegati) hanno una capacità di spesa doppia rispetto agli ultimi, le “famiglie a basso reddito con stranieri”. «È una Italia sempre più diseguale, dove si allunga la forbice tra ricchi e poveri e con l’ascensore sociale che funziona solo verso il basso.
Questo è il quadro che delinea il Rapporto su cui tutti farebbero bene a riflettere» chiosa sconsolata la segretaria della Cisl, Annamaria Furlan.
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