giovedì 13 luglio 2017
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Dopo Draghi: borse giù, Milano perde quasi il 4%, l’Italia è pessimista
Mario Draghi BCE

Dopo Draghi: borse giù, Milano perde quasi il 4%, l’Italia è pessimista

Dopo Draghi: borse giù, Milano perde quasi il 4%, l’Italia è pessimista

Il presidente Bce vede la ripresa allontanarsi e prepara altre misure.

Ieri la Borsa di Milano ha perso quasi il 4% (3,92%) in un quadro mondiale negativo per la debolezza del prezzo del petrolio, intorno ai 90 dollari il barile, e per il discorso di Mario Draghi a Napoli che gli operatori hanno giudicato con pessimismo.

Piazza Affari è stata comunque la peggiore di tutte.

Che cosa ha detto Draghi?

Come sa, la Bce ha l’abitudine di riunire il suo direttivo ora qua e ora là, e ieri era a Napoli, disastrata in sé e ancora più disastrata per la vicenda De Magistris.

S’è spostato anche il presidente della Repubblica che ha esortato tutti quanti a scelte che favoriscano la crescita, la ripresa dell’economia e soprattutto il calo della disoccupazione.

Riferiamo per dovere di cronaca, come avrà capito, perché questi discorsi sono ormai di circostanza e nessuno, né tra i banchieri né tra i politici, sa davvero con sicurezza quali siano le scelte per favore crescita, ripresa e occupazione.

Di circostanza anche i cortei e in definitiva persino le cariche della polizia. Su questo versante è accaduto poco o niente. Invece il discorso di Draghi ha provocato uno sconquasso.

Il governatore ha prima di tutto annunciato che tutti i tassi d’interesse, schiacciati ai minimi poche settimane fa, sarebbero rimasti invariati.

Per il resto, Draghi ha spiegato che la Bce acquisterà prestiti cartolarizzati (Abs) nel quarto trimestre 2014 e, a partire da metà ottobre, anche obbligazioni garantite.

Questi acquisti andranno avanti per due anni e copriranno «un universo potenziale di mille miliardi di euro». Contemporaneamente, per combattere la deflazione («sostenere la dinamica dei prezzi»), la Bce pomperà, mediante aste, liquidità nel sistema bancario, imponendo però che i soldi siano messi a disposizione delle imprese.

Quest’ultima manovra si chiama “Tltro” e l’ultima volta ha dato un risultato deludente: le banche hanno prelevato dalla Bce la metà del monte disponibile.

Il Governatore ha infatti precisato che «le prospettive d’inflazione a medio e lungo termine sono peggiorate e vediamo che i rischi sono aumentati». È probabilmente quest’ultima frase ad aver spaventato gli operatori.

Anche se siamo in deflazione, con i prezzi che tendono a scendere, l’inflazione, dice Draghi, resta un pericolo. E se resta un pericolo, le politiche espansive devono necessariamente essere frenate o dismesse.

È il punto di vista tedesco che, almeno a parole, Draghi ha dovuto sposare. D’altra parte i vertici economici della Ue sono presidiati da rigoristi a prova di bomba.

Quindi i mercati sono andati giù.

I mercati erano nervosi da parecchi giorni, e le parole di Draghi li hanno spinti alla fuga, cioè alle vendite in massa.

Che cosa avrebbero voluto i mercati?

Che il presidente della Bce, magari con prudenza, annunciasse acquisti massicci di titoli del debito pubblico, che è il modo moderno di stampare moneta. Le parole esatte per definire questa tecnica sono: quantitative easing e certamente le avrà sentite pronunciare anche lei.

Si stampa moneta, ci si indebita, con i soldi fabbricati in questo modo si investe in infrastrutture, opere pubbliche, tagli fiscali, riparte l’occupazione, riparte la domanda, il problema è risolto.

Qual è il pericolo di una politica simile?

Che il denaro, messo in circolo in una quantità esagerata, perda rapidamente valore e che quindi, incassati risultati soddisfacenti all’inizio, si paghi poi lo scotto di un aumento generalizzato dei prezzi, cioè di una ripresa inflazionistica che vanifichi tutto.

A che vale possedere un miliardo di marchi se poi col miliardo di marchi mi ci compro a mala pena un francobollo?

Il quantitative easing non sembra pericoloso adesso perché siamo in deflazione, cioè nella situazione opposta. E però da quell’orecchio i tedeschi non ci sentono.

Si dice per il trauma dell’inflazione dei tempi della Repubblica di Weimar, tra 1919 e 1933, quando, appunto, con un miliardo ti compravi un francobollo. Sì, ma non è solo una questione psicologica.

Il surplus commerciale tedesco (200 miliardi) e i risparmi delle famiglie (4 mila miliardi) sono tutti investiti in titoli. Anche un’inflazione dello 0,1% per la Germania è fastidiosa. Per loro, che sono creditori, la deflazione è una manna. Questa è la dura verità.

Che risultati ha dato il “quantitative easing” in Giappone e negli Stati Uniti?

Per ora buoni.

Fino a poche settimane fa gli americani hanno comprato debito pubblico al ritmo di 80 miliardi al mese, con un beneficio anche per noi. Adesso però la Yellen, presidente della Federal Reserve, ha smesso. I giapponesi, che hanno un debito del 238% del Pil e un deficit al 10%, hanno inondato il mondo di liquidità con l’intenzione di portare l’inflazione da 0 al 2%. Finora gli è andata bene, anche se con qualche scricchiolio.

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