giovedì 13 luglio 2017
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Crollo delle borse, crisi greca, manovra di Renzi

Crollo delle borse, crisi greca, manovra di Renzi

Non si sa se sia più importante il crollo delle borse, la nuova crisi greca oppure la manovra di Renzi che non è più di 16, 20, 24 o 30 miliardi (le cifre via via snocciolate nei giorni scorsi dal nostro simpatico premier) ma addirittura di 36, numero mai pronunciato finora e forse immaginato nella speranza che la Ue non ci bocci, non intervenga, non mostri che siamo nelle sue mani…

Beh, a noi interessano soprattutto i discorsi di bottega, quindi partiamo da Renzi e da questi 36 miliardi…

Al momento possiamo solo sintetizzare perché il consiglio dei ministri che doveva varare la legge di stabilità è cominciato poco prima delle otto di ieri sera e dura ancora mentre scriviamo. A Palazzo Chigi s’è infatti tenuto fino alle 19 un vertice su Ebola, voluto da Renzi, con Mogherini, Alfano, Lorenzin (Salute), Pinotti (Difesa), Lupi (Trasporti). Prima di questo vertice, Renzi aveva partecipato a una conference call sull’epidemia con Obama, la Merkel, Cameron e Hollande. Le agenzie insinuano, cioè fanno capire, che Ebola è stato in un certo senso provvidenziale perché ha dato tempo a Padoan e ai tecnici del ministero si studiare ancora il dossier economia/ lavoro. La reprimenda di Bruxelles – che comunque non si esprimerà se non di fronte a un documento ufficiale – è molto temuta e anche non troppo improbabile. Quindi, 36 miliardi tra tagli e tasse, e una quota di questi 36 miliardi (per l’esattezza 3,4 miliardi) da usare come cuscinetto nel caso la Ue facesse il viso delle armi.

Ma, per esempio, s’è capito come andrà a finire la storia del tfr?

E gli 80 euro? Gli 80 euro resteranno nelle buste paga. La scelta sul tfr in busta paga dovrebbe essere lasciata al lavoratore che potrà incassare questi soldi a partire dal giugno dell’anno prossimo o forse addirittura dal gennaio 2016. È previsto un forte taglio dell’Irap in modo da aiutare le imprese, poi stipendi puliti per tre anni – cioè senza contributi e tasse a carico del datore – per i neoassunti a tempo indeterminato. Tagli pesanti ai ministeri e anche alle Regioni, nessuna tassa in più. Undici miliardi verranno fuori dal deficit, cioè, come ha scritto Ricolfi ieri sulla Stampa, saranno caricati sulle spalle dei nostri figli. Resta fermo che il pareggio di bilancio è rinviato, cioè stiamo anche noi facendo come la Francia. In fondo, non accettiamo i diktat di Bruxelles.

Ho sentito che il primo ministro francese, Manuel Valls, ha detto in parlamento che il deficit/ pil al 4 e passa per cento è quello che ci vuole per la Francia, e la Commissione europea «non può respingerlo».

Non è la guerra con i cannoni, ma l’aria è che sia comunque una guerra. Guerra a cui ha dato un contributo decisivo la Grecia. Sono proprio le intenzioni greche, unite ai cattivi dati che vengono dagli Stati Uniti e alla brutta notizia del petrolio che scende verso gli 80 dollari (significa che il mondo non vuole più energia come prima, cioè è la certificazione della crisi), ad aver determinato i crolli in Borsa di ieri: il -6,25 di Atene, il -4,4 di Milano, il -2,83 di Londra, il -2,87 di Francoforte, il -3,63 di Parigi.

Mi spieghi la Grecia. Sembrava andare tutto benissimo, si diceva che i dati erano finalmente buoni e sarebbe presto uscita dal tunnel…

Già. Si diceva: la stagione turistica è andata benissimo (arrivi aumentati del 17%), la disoccupazione è calata di un punto, il pil doveva ricominciare a salire a fine 2014, la differenza tra esportazioni e importazioni equivaleva, nei primi nove mesi, a 2 miliardi e mezzo di surplus. Ma è successo che il governo di Samaras ha una maggioranza alla Camera di soli tre voti e i sondaggi danno l’oppositore di sinistra Tsipras in vantaggio. In teoria le elezioni sono lontane, ma a febbraio bisogna eleggere il presidente della Repubblica con un minimo di 180 voti su 300. Samaras non ce la farà mai, perché Tsipras e la destra hanno di comune accordo stabilito di non votare i candidati del governo. La regola greca dice che a quel punto il Parlamento andrà sciolto. La sconfitta di Samaras sembra sicura e proprio per evitarla l’attuale premier ha fatto sapere alla Trojka che controlla i conti ellenici la sua intenzione di uscire dal programma di risanamento e mettersi di nuovo – non si sa come – a spendere e spandere. I mercati giudicano questa giravolta disperata il primo passo verso la fine della moneta unica. Lo spread italiano è subito schizzato a 165 punti. I sei miliardi in più della nostra finanziaria sono un segnale eloquente di preoccupazione.

Che cosa potrà mai promettere Tsipras ai greci per vincere le elezioni?

Intanto la cancellazione di quasi tutto il debito da 330 miliardi.

I creditori sono soprattutto la Bce, il Fmi e la Ue. La Ue: cioè anche l’Italia.

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